martedì, 05 agosto 2008 alle 10:38



 
 
I knew all the rules
but the rules did not know me
guaranteed
[guaranteed : eddie vedder ]
 
Aveva bisogno di prendere la giusta distanza. Starsene tranquilla per un po’ soffocata da una leggerezza che non le appartiene ma di cui sentiva la necessità.
Annusare.
Provare a respirare la brezza delle notti d’estate, che si allungano come ombre sotto i passi incerti di un corpo che ricomincia a camminare.
E a volte arranca. Ma rimane in piedi.
Ha indossato il sorriso migliore e intessuto relazioni sociali per dimostrare a se stessa che qualche brandello di umanità in giro è rimasto.
Forse.
E qualcosa di lei si può ancora salvare.
Spera.
Si era ripromessa di tornare a riempire queste pagine solo al raggiungimento della pace.
Traguardo inarrivabile.
La tregua è solo illusione.
E lei lo sa.
Per lei la guerra non finisce. 
Perché lei la guerra ce l’ha dentro.
E soffiare con tutto il fiato che le è rimasto su una girandola colorata non le basterà a spazzare via tutto.
Ha due corpi e due anime. Scissi da una linea di confine che dall’esterno nemmeno si percepisce.
Perché sa fingere bene.
E sa confondersi.
Ma certe volte si perde. E si sente stonata. E allora passa serate alcoliche protetta nella sua armatura. E ride.
Convinta di stare bene.
My chemical happiness.
E poi passa nottate insonni quando si accorge di avere ancora bisogno di un abbraccio tenero.
Salvifico.
Ma non c’è.
Lei si sta sforzando di guardare avanti. Infila grossi occhiali da sole per non lasciarsi accecare e per nascondere il rimmel che qualche volta scola ancora giù per il viso pallido.
Non è guarita.  È sopravvissuta.
Nonostante tutto.
Ma forse questo non lo sa.
 
Più tardi andrà in spiaggia a raccogliere conchiglie…


 

commenti (8)

     

domenica, 01 giugno 2008 alle 18:53



 

adesso che ho sangue infetto

 
nessuno vorrà più leccare le mie ferite

[per niente stanca : carmen consoli ]

 

Latitare dalla scrittura mi provoca un senso di smarrimento che mi paralizza. Tutto finisce dentro una voragine che mi squarcia l’anima e scinde la mia testa dalle mie azioni, rendendomi una sorta di automa che si trascina nello spazio con movimenti programmati di cui non capisce il senso.

Sono stata per mesi inquieta e taciturna in un angolo di mondo, attorcigliata in una coperta calda e coi pensieri evanescenti come nuvole.

Lontana da ogni rumore. Ma i silenzi rimbombavano.

[Nocivi].

Esplodevo di desideri e congetture che non trovavano modo di concretizzarsi.

E nei pochi momenti di lucidità cercavo di raccogliere i pezzi di ciò che era stato e li riappiccicavo, ma l’unica colla che trovavo in casa si era seccata e i frammenti di vita scivolavano via dalle mani provocandomi tagli che non riuscivo tamponare.

In certi giorni stentavo a riconoscermi. Allo specchio si affacciava un’immagine pallida di me, deformata dalle delusioni e dall’assenza. Allora rimpiangevo vecchie lacrime che arrivavano alla fine di giornate di disperata euforia. E non capivo che anche quella era semplice sopravvivenza, offuscata da ipocrite attenzioni e insignificante normalità.

E così aspettavo di arrivare al fondo per bramare un ritorno all’essere viva.

Full of life.

Ma più passavano i mesi e più mi convincevo che l’attesa sarebbe stata la mia condizione esistenziale.

E adesso che la sera chiudo gli occhi senza piangere sono confusa e ho paura. Perché le lacrime sono soffocate dagli eventi, dalle novità arrivate all’improvviso, ma sono ancora là. E pesano.

Questo cambiamento che mi travolge non riesco a dominarlo e non so nemmeno godermelo.

[Affezionata al mio dolore/Terrorizzata dall’illusione].

Ho impiegato un mese a metabolizzare una realtà tutta nuova e non trovavo le parole per dire come sto e mi sono sentita in colpa perché non riuscivo a dare forma alle cose.

Non riesco a pacificarmi.

E mi detesto.

Tremo.

Perché l’attesa e l’assenza pervadono questo mia anima graffiata e fragile. Perché i titoli di coda di questo melodramma ancora non scorrono e io devo stare incollata davanti allo schermo a guardare questo film fino all’ultimo frame.

E dovrei sforzarmi di immaginare una nuova vita.

E dovrei trovare un equilibrio e smetterla una buona volta di camminare ondeggiando, come le foglie al vento, con le braccia allargate per cercare un appiglio.

E dovrei fare un respiro profondo e poi buttare via tutto quello che mi intasa i polmoni.

Ma trovare da vivere è complicato. E tutto ciò che mi circonda ha il sapore di uno stupido surrogato.

Questa affannosa ricerca di emozioni mi sta sfiancando.

E sentirmi così desolata mi fa sta facendo morire. Lentamente.

Horror vacui.

 

E dovrei smetterla di scrivere certi post decadenti.



 

commenti (8)

     

giovedì, 08 maggio 2008 alle 19:33



 
close your eyes, close your eyes

breathe the air, out there

we are free, we can be wide open
[analyse : the cranberries]
 
Ho ripescato da un cesta di ricordi ancora da stendere quella sera in cui faceva freddo e abbiamo camminato tanto. Il vento ci tagliava la faccia nascosta dietro sciarpe spesse che ovattavano le parole. E il respiro diventava affannoso. Perché l’aria pungeva e la voglia di raccontarsi faceva accavallare le cose da dire.
Notting Hill alle tre del mattino aveva un’aria surreale. Era tutta per noi. Ed io mi sentivo come la superstite in un film di ambientazione post-apocalittica. Forse era proprio così. Avevo trovato il modo di sopravvivere a me stessa, lasciandomi guidare dall’istinto come non facevo più da tempo.
Un’insolita leggerezza mi sfiorava l’anima. Come lo zefiro che sospende il tempo quando ti siedi in riva al mare e ti lasci stordire.
[Avevo trascorso gli ultimi mesi a tagliuzzarmi la pelle per dare senso ad un dolore che non potevo mostrare].
Avvolta nel mantello scuro di quella notte benevola mi sentivo una ragazza coffee and cigarettes, con la borsetta stracolma di avventure da raccontare e di esperienze ancora da provare.
Non so perché ora la memoria mi riporta a quel dicembre gelido.
Forse perché penso agli incontri.
[E sono affamata di umanità].
O forse perché rimugino su questo inverno tormentato che mi porto dietro. Sui pochi momenti in cui ci sono stata. Per me.  Lucida.
Forse perché  quella notte londinese l’ho sentita mia. Io c’ero. Viva. Dopo tanto tempo.
Avevo vissuto di proiezioni mentali per troppi mesi. Ed ero diventata solo una sagoma poco definita che faticava a stare in piedi.
Like a shadow.  
E adesso che la primavera si insinua nella testa e sotto la pelle, penso a quell’italian boy che di giorno mi offriva muffin&cappuccino e di notte medicava le mie ferite con cotone imbevuto di filosofia e di strampalati pensieri da esploratore dell’anima.
E ripenso a quell’enorme punto interrogativo che campeggiava sulle nostre teste mentre paragonavi la vita ad una partita a carte.
Adesso che mi sento pronta per ricominciare il giro mi ritorni in mente.
Dove sei? Che cosa fai?
E penso ai destini che si incrociano, alle persone che nella vita ti sfiorano appena ma ti lasciano ricordi così preziosi da custodire gelosamente. E riapro quello scrigno solo ora per ricordare a me stessa che la vita è là fuori.
Perché forse è arrivato il momento di mischiare le carte e cominciare una nuova partita.
Grazie M. per quella serata indimenticabile.
Good luck.


 

commenti (11)

     

domenica, 04 maggio 2008 alle 17:18



 
when the day is long and the night

the night is yours alone

when you're sure you've had enough of this life
 
well hang on

don't let yourself go
[everybody hurts : rem]
 
Certe volte la notte non finisce. Rimane lì, ancorata al giorno che se la trascina come catene ai piedi di un carcerato.
E tutto riprende forma. Pensieri scoloriti da un sole troppo pallido tornano a brillare.
[sono accecata/non riesco più a vedere/brancolo].
Sensazioni dalle quali ti eri liberata dopo tanta fatica riaffiorano. E sono vive. Ancora. Le ferite ricominciano a sanguinare. Perché forse non hanno mai smesso. Bruciano. S’infiammano. Ti destabilizzano.
Crisi.
Tutto è ancora lì. Profondo. Stretto. Aggrappato.
Tanta fatica sprecata per provare a perdere lungo strada i ricordi. Le parole vomitate. Le urla. Le lacrime che pensavi fossero finite [non sono mai abbastanza].
E certi sogni (fantasmi che ti stanno col fiato sul collo) picchiano più forte di un pugno dato in piena faccia. Ti scaraventano addosso ad un muro che ti raschia la schiena. Ti raschia fin sotto la pelle.
[La corazza che ti eri costruita era fatta di carta velina].
Così le tue ossa si frantumano. E tu vorresti tirarle una ad una contro chi ti ha scavato dentro portandosi via tutto. Vorresti seppellirlo sotto quel mucchietto sgretolato di dolore.
E provi ad odiare.
Odio. Odio. Odio.
Ma l’odio non ti guarisce.
 
Please forget your troubles for a while.
Ho bisogno di liberarmi.


 

commenti (7)

     

lunedì, 28 aprile 2008 alle 21:21



 
forse perché quello che lei voleva
 
era una vita da star
 
milano style
 
come credete che si sentirà adesso?
[perchè una ragazza d’oggi può uccidersi? : baustelle]
 
Si sveglia presto tutte le mattine. Per abitudine o per insonnia. 
[Albe automatiche svuotate dalla notte].
Mademoiselle tristesse. Giovane donna dai boccoli corvini.
Spesso si accosta alla finestra e guarda fuori. Attraverso i vetri graffiati da pensieri di fuga. Forse.
E certe volte il sole le illumina porzioni di volto.
Diafano. Incorporeo. Impenetrabile.
[Vene blu pulsano come incubi ricorrenti].
Dalla sua stanza nessun rumore. Si percepisce talvolta un pianto sommesso, ritmato da quella musica drum’ n’ bass che ascolta senza interruzione.
Sfiancata dall’attesa.
Senza tregua.
Indossa bracciali d’argento che tintinnano come segnali d’emergenza. Catene dell’anima che la incastrano in quel luogo/non_luogo (in equilibrio sulla linea di confine).
Legata. Abbandonata. Sola.
Volutamente.
Violentemente.
In cerca di sé prima di re-incontrare il mondo. Chissà. Ossessionata dalla perfezione dell’essere. Perché troppo spesso si è sentita sbagliata.
Sogna un corpo di plastica e un’anima di ferro.
Non vuole più sudare/mangiare/dormire/piangere/soffrire/avere paura.  
Vuole sentirsi forte. Semplicemente.
Stanca di essere fragile.
Stanca di essere un bersaglio facile.
Resta immobile e si nutre di vita d’altri tempi. Di esistenze che sogna e di progetti che non realizza.
Ma lei agogna palpiti. Ancora. Un alito di vita.
E certe volte danza. A piedi nudi.
E gira. Gira. Gira.
Finché tutto cade.


 

commenti (6)

     

domenica, 20 aprile 2008 alle 22:32



 
c'mon and save me
why don't you save me
if you could save me
[save me : aimee mann]
 
Sei arrivato in un giorno di fine marzo, in una mattina in cui il nemmeno il terremoto più violento avrebbe spazzato via il dolore cementato nelle viscere e nascosto da stupide smorfie di circostanza.
Avevi occhi vivaci e riccioli disordinati che probabilmente avevi rinunciato a pettinare (ho adorato da subito i tuoi capelli arruffati e la tua sciarpa che sapeva di bucato appena fatto).
E sei stato capace di rapirmi, nonostante io galleggiassi in un’abulica esistenza.
Perché tutto scivolava addosso alla mia confusione.
Perché tante spine si infilavano sotto la pelle provocando ferite dalle quali non sarei più guarita.
[La mia epidermide è  frastagliata da voragini dell’anima].
Eppure ci sono voluti pochi giorni. Due scalini su cui sedersi e un succo di mirtillo durante la pausa pranzo per capire che avresti custodito i miei racconti e mitigato i miei tormenti.
Dopo tanto tempo sei stato capace di farmi sorridere. All’improvviso, senza che io ti cercassi perché avevo smesso di cercare ogni salvezza.
Ipnotizzata da quegli occhi grandi e da quelle mani così perfette.
Era meraviglioso stare ore a chiacchierare nella tua macchinina rossa, mentre il cielo diventava più caldo e i miei fantasmi si dissolvevano come nuvole in un giorno d’estate.
E certe volte mi scrutavi, in silenzio, allora io volevo farmi piccola piccola per saltare nelle tue tasche e andarmene in giro con te. Sempre. In ogni luogo. Lontano dall’autodistruzione dalla quale avevi provato a salvarmi.
Far from here.
Ti passavi le mani tra i capelli e scuotevi la testa quando riuscivi a penetrare la mia anima maltrattata. E poi mi abbracciavi. Stretta. Perché sapevi che avevo bisogno di te anche se non te lo avevo chiesto. Accarezzavi i miei lividi e mi scostavi i capelli dal viso con una dolcezza che non avevo mai conosciuto.
[Anelavo amore e ricevevo solo fiori del male che ogni volta ero costretta a mangiare].
Chissà perché adesso mi viene in mente il sapore di quella sera in cui abbiamo bevuto champagne dallo stesso bicchiere. E di quel bacio sulla fronte, subito dopo, che si è stampato sulla pelle trapassando i pensieri.
[Mi ricordo ancora l’odore di quel cielo di maggio].
Da troppo tempo trattengo queste parole insieme al fiato quando ti vedo e sto per esplodere.
E mentre scrivo non riesco a fermare queste lacrime bambine perché i tuoi abbracci, sempre più rari, oggi confondono un tenero affetto e un misterioso distacco.
[Mi perdo nelle tue contraddizioni e stento a riconoscerti].
Ma io ho ancora bisogno di te.
Pick up the phone and call me.
Salvami.
 
Mi detesto per non aver trovato in questi anni il coraggio di dirti che ti volevo bene. Tanto. E che te ne voglio ancora. Troppo.
E lo so che non leggerai mai queste parole, ma non avevo altro modo di dirti che mi manchi.
 


 

commenti (13)

     

venerdì, 11 aprile 2008 alle 15:20



 
via da questi luoghi via da vecchie paure 
via da questi sguardi e dalla noia volgare
[l’ultima risposta : subsonica]
 
E mastico sapone nella speranza che lavi via i ricordi e purifichi l’anima da incubi che martellano come battiti cardiaci. Perché devo essere libera. Rapida.
Ma la memoria rimbomba in questa testa in cui si attorcigliano pensieri.
(Con/fusione tra giorni trascorsi e nuovo mondo).
E appiccica adesivi dappertutto che io provo a staccare. Ma se ne stanno lì, incollati alle pareti dello stomaco. Incastrati tra le viscere consumate. E certe volte tolgono ancora il fiato.
Allora scatto polaroid del mio passato per provare ad archiviare [sensazioni ancora troppo vicine di una me che appare ormai perduta].
E continuo a camminare. In equilibrio su un filo sottile. Se tiri ancora si spezza. Se ti giri un’altra volta rischi di spezzarti l’osso del collo.
Metti un punto e guarda avanti. Occhi attaccati a ciò che sarà. Perché sarà. Finalmente. Mi ripeto come un mantra. Preparati al nuovo viaggio. E smetti di frugare nelle tue inquietudini.
Perché il tempo è scaduto. Stop. Ricomincia la conta.
Kumore tokidoki ame. Cielo coperto e nuvole di fumo. Ancora per poco.
Io spero.
No. Io voglio.
 


 

commenti (6)

     

lunedì, 07 aprile 2008 alle 11:39



 
another turning point, a fork stuck in the road
 
time grabs you by the wrist, directs you where to go
 
[time of your life : green day]
 
Hai raccontato della tua solitudine. Della cattiva abitudine a lasciarti vivere. Avevi occhi lucidi ma nemmeno una lacrima.
Lady tristezza dai capelli rossi.
Eri lì, seduta. Senza tremare. Al centro del palco in quel cineclub con le poltrone di velluto e le pareti nere.
(Detesto quelle locandine appese al muro, memoria di una vita che mi è stata strappata).
In quel non-luogo un po’ fuori dal mondo e anche dal nostro tempo. In quella stanza grande in cui tutto si annulla. Forse. Mentre noi respiriamo aria polverosa e odore sessantottino.
Hai parlato di te, del tuo sonno lungo dieci anni. Raccontavi di me. Di tutte noi, che ti ascoltavamo immobili. In apnea. E ingoiavamo le tue parole come vetro.
Soffocate/ Intimorite/Incomprese.  
Noi, che a colazione beviamo assenzio dentro tazze di porcellana.
Noi, che portiamo cicatrici indelebili che ci obbligano a nascondere.
Noi, in attesa sul marciapiede di una stazione abbandonata. Do not cross the railway lines.
E mi sono accorta in un momento di quanto siamo fragili e forti allo stesso tempo. Noi, con la paura di vivere e il terrore di morire. Inconsapevoli sopravvissute a ferite laceranti e deserti aridi arrivati all’improvviso.
Hai detto di voler mordere la vita. Con avidità. Hai detto “dobbiamo farlo”.
[silenzio_assenso dentro occhi gonfi di amarezza].
Ci siamo trovate. Per caso. Chissà. Creature evanescenti di pianeti diversi ma con lo stesso peccato.
Noi, in punta di piedi sull’orlo del mondo.

 

commenti (5)

     

venerdì, 04 aprile 2008 alle 17:39



 
please don’t put your life in the hands
of a Rock’n’Roll band
[don't look back in anger : oasis]
 
L’ossessione di fare delle liste. Cose da fare/mangiare/comprare. Libri da leggere. Film da vedere. Gente da chiamare. Gente da cancellare. Dalla rubrica. Dalla memoria.
Appuntare tutto mi fa credere di avere ogni cosa sotto controllo. Pianificare umori come risvegli. Non perdere mai di vista gli obiettivi. Obiettivi? Aggiungere alla lista. Depennare ciò che è stato fatto/risolto mi provoca uno strano compiacimento e un inspiegabile senso di vuoto.
Vagabondare tra post-it sparsi ovunque per riordinare le idee.
Uso la penna blu. Rigorosamente con la punta sottile. Scrivere a mano mi eccita. Cancello. Scarabocchio. Sottolineo. Se graffio il foglio con caratteri convulsi vuol dire che non sto affatto bene. Adesso il mio tratto sarebbe: incerto. Ma io sputo parole a caso perché il ticchettio che provoco digitando questi tasti gelidi riempie il silenzio di questa stanza [appartamento Nanà_crepuscolo].
E aspetto lacrime che scendano a ricordarmi la mia condizione. Inquieta e in bilico.
Vorrei far fluire i pensieri. Smettere di sentirmi come un vestito vecchio abbandonato in una armadio che sa di naftalina. Inebriarmi di essenza di vaniglia e laccarmi le unghie di rosso. Starmene in un bar a sorseggiare bollicine fresche mentre un’orchestrina jazz suona per placare anime confuse.
Vorrei sapere che questo corpo è ancora capace di pulsare e questa testa riesce a pensare [libera da continui spasmodici tormenti].
Vorrei più di ogni altra cosa riprendere possesso. My soul slides away. Di me. Accartocciare quei foglietti gialli e scrivere su tutti i muri un nuovo elenco. Sentire. Ridere. Essere.
E srotolare con cura questo involucro di cellophane su cui tutto cade e tutto scivola.
 
(questa presentazione non mi piace per niente …)


 

commenti (5)

     

giovedì, 03 aprile 2008 alle 16:33



 
I’m going
fast forward 
alone in the dark
[fast forward : lali puna]
 
 
Sapere che è primavera ma fuori continua a piove. Nascondersi ancora per un po’ dietro una tazza di caffé bollente. Dentro un cappotto diventato largo. O in una vita divenuta stretta. Starsene sospesi. Fluttuando nel passato in attesa dell’incognito. Finding a balance.
Cercare le parole per poi rintanarsi nel silenzio. Perché certe volte non esistono parole. Perché quelle volte è inutile cercare un senso.
Ho avuto l’impressione che bisogna arrivare sull’orlo per accettare di restare ancora un po’. In equilibrio. [Trattieni il fiato e non guardare giù].
Penso che tra poco dovrò mettere vestiti più leggeri. E portare gli occhiali da sole non sarà più un modo per sottrarmi a sguardi indiscreti.
Penso che nonostante tutto è passato quasi un anno. Ed io dietro ad un vetro ad osservare questa giostra che continuava a girare ho graffiato le pareti. No trespassing.
Penso che fuori smetterà di piovere. E penso anche che l’odore dell’asfalto bagnato dopotutto mi è sempre piaciuto. Allora respiro profondamente. E inizio a scrivere…


 

commenti (2)

     


         

+this version

“Volevo dire questa frase con un’idea precisa e non sapevo quale fosse la maniera migliore di esprimere quest’idea. O meglio, lo sapevo ma adesso non lo so più, mentre, appunto, dovrei saperlo.” Nanà

my past

oggi
agosto 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008

how many?

*loading*

I love

in ordine sparso: guardare fuori dal finestrino quando sono in treno, le persone ironiche, i temporali estivi, le sorprese, correre ascoltando la musica, le mie galoches comprate al mercato di Camden, camminare in città che non conosco, scivolare nelle poltrone di velluto del cinema e perdermi nello schermo, la genuinità, le parole ma soprattutto i pensieri, il coraggio, l’arte in tutte le sue forme, i baci appassionati, l’intelligenza, il colore viola, l’inverno, passare ore in libreria a leggere le prime pagine dei romanzi, Londra, i viaggiatori, le persone creative, a volte il silenzio, le anime inquiete, gridare ai concerti, le pareti colorate, le persone sensibili, chi combatte per un ideale, la sincerità, gli abbracci, le dediche sui libri e tante altre cose ma forse ancora non lo so…

I hate

in ordine sparso: l’arroganza, le persone ordinarie, i perbenisti e i moralisti, i vigliacchi, il sapore dell’anice, troppo spesso me stessa, chi punta il dito, quelli che mangiano al cinema ma ancora di più quelli che bisbigliano, gli egoisti, i presuntuosi, le bugie, chi non accetta il mio lato più fragile, la mediocrità, chi ostenta la ricchezza perché non ha altro da dire, l’umidità, l’ignoranza, gli opportunisti e gli ipocriti, i compromessi, le feste comandate, i prepotenti, i luoghi comuni, i furbetti, quelli che dicono “ti capisco” e poi non ti stanno vicino, i conformisti, la falsità, le attese, chi vuol far credere di non cadere mai, eccetera eccetera…

Ink

“Ad eccezione di alcune lunghe lettere, è molto tempo che non scrivo qualcosa di esclusivamente mio, perciò non ho affatto la sicurezza di riuscire ad arrivare fino in fondo. Anche se, a pensarci bene, dubito di avere mai avuto questa sicurezza in vita mia. Ho sempre scritto solo perché dovevo farlo.
Perché è così imperativo per me scrivere? La ragione è semplice. Perché per pensare a qualunque cosa ho bisogno di metterla prima di tutto per iscritto.”
THANKS TO Murakami Haruki – La ragazza dello Sputnik

Sounds

Electro/Funk - Pop, Indie Rock, Classical and Neoclassical, Rock

pellicole

alcuni dei film che ho amato: “Ladri di biciclette” di De Sica, “Fino al’ultimo respiro” di Godard e naturalmente “Vivre sa vie”, “Thelma e Louise” di Scott, “Quarto Potere” di Welles, tutto Lynch, “Reservoir Dogs” di Tarantino, “Babel” e “Amores Perros” di Inarritu, “The others” di Amenabar, “Una giornata particolare” e “C’eravamo tanto amati” di Scola, “Into the Wild” di Penn, “Magnolia” e “Ubriaco d’amore” di Anderson, “C’era una volta in America” di Leone, tutti i film di Kim Ki Duk, “Dolls” di Kitano, i film di Antonioni, “Lola corre” di Tykwer, “8 e Mezzo” di Fellini, “Roma città aperta” di Rossellini, “Caro diario” e “Aprile” di Moretti, “Little Miss Sunshine” di Dayton e Faris , “Il favoloso mondo di Amelie” di Jeunet, “Lanterne rosse” di Yimou, “Una vita difficile” di Risi, “Hong Kong Express” di Wong Kar Wai, “I 400 colpi” di Truffaut, “Sweeney Todd” di Burton, “Nashville” e “America oggi” di Altman, “La ragazza sul ponte” di Leconte, “Le conseguenze dell’amore” di Sorrentino, “Pane e Tulipani” e “Brucio nel vento” di Soldini, “Un borghese piccolo piccolo” di Monicelli, i film di Kubrick, “Mio fratello è figlio unico” di Luchetti, “Prima della rivoluzione” di Bertolucci, “Seven” e “Fight Club” di Fincher, “Psyco” e “La finestra sul cortile” di Hitchcock, “Il silenzio degli innocenti” di Demme, “I cento passi” di Giordana, “Santa Maradona” di Ponti, “I soliti sospetti” di Singer, “Nosferatu” di Murnau, “Buongiorno, notte” di Bellocchio, “Mystic River” di Eastwood, “Accattone” di Pasolini, “Tutta la vita davanti” di Virzì, “Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Petri, “Romanzo criminale” di Placido, “Decalogo” di Kieslowski, “Tutto su mia madre” di Almodovar, “Le vite degli altri” di Henckel von Donnersamark, e tantissimi altri che adesso non mi vengono in mente…

Archivio ragionato

cambiamenti
friends
je désir
naufragi
pensieri fluidi
people
solitudini
writing

fanlist


follow frameoflife at http://twitter.com

reading:

Links

asintoto
babeintoyland
graffi(a)ti
jestertear
katia
LaVal
lettereperte
luna
matto81
moipetite
yaila

Follow Me

Credits

Distribuito da: Tasteless
La grafica e il codice html sono stati realizzati dalla  Fed, Siete pregati di non copiare.
Il template è ottimizzato per Firefox. Firefox loves you!

Wishes

I wanna be_free