lunedì, 13 aprile 2009 alle 14:35
try to resist, but it's just not finished with you yet
a hold too intense to forget
[taste of blood : archive]
Azzerata. Finita. Abbandonata.
Rinchiusa in una scatola che riporrai negli scaffali più bui.
Ermetica.
Fino a dimenticarti che esiste. Che è esistita.
E io dentro respirerò piano per non fare rumore. Per non farmi sentire. Come vuoi tu.
Muta.
Off.
Mi tirano i muscoli. Tesi. Come quelli di un atleta pronto sul via. Ma lo start non spara. E lui non può correre. E se ne sta lì coi muscoli pronti allo slancio, gli occhi puntati, il fiato sospeso.
Trema.
Prima o poi si spezzerà.
Allora sparami. Dammi un motivo per volerti male.
Sparami. Per giustificare tutto questo dolore.
Tu che eri venuto a proteggermi dal freddo dell’inverno che mi portavo dentro e che invece mi hai buttato sulle spalle una coperta troppo pesante che non ho saputo sostenere.
Ho sperato per un attimo che le tue carezze sarebbero state la mia salvezza.
E non immaginavo mani di lama e nuovi tagli.
Ho nostalgia di quel futuro che non abbiamo scritto e che mai sarà.
E sento la mancanza di quei pochi attimi in cui mi sono sentita fuori dal tempo, in cui ho creduto che sarebbe venuto il tuo sole a baciare dolcemente la mia pelle scorticata.
Adesso avrei voglia di correre da te.
Ti direi “Guardami. Abbracciami”.
Ma devo smetterla di pensare che ci sei, perché per te non esisto già più.
Perché sei andato oltre.
Oltre la distanza che ci separa.
Ma io ad azzerare tutto non ce la faccio proprio.
E ti aspetto. Ancora.
A bout de souffle.
Fino all’ultimo respiro.
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giovedì, 01 gennaio 2009 alle 15:22
mi hai seminata di baci e seppellita
poi mi hai profumata di sguardi e rabbonita
[mielato : patrizia laquidara]
Succede che all’improvviso tutto cambia.
E mentre guardi giù, terrorizzata ma convinta di buttarti dal ponte, arriva qualcuno a tenderti la mano. E tu lo guardi, questo qualcuno dal viso limpido e lo sguardo sereno, e fatichi a capire. Lui si allunga per sfiorarti e riportarti al di qua di quella balaustra che trema perché tu stai tremando, e ti tremano le caviglie che non sanno più sostenerti e ti trema la voce che non sa più parlare. Ti giri, piano, e poi lo stringi, con tutta la forza che ti è rimasta. Perché eri lì, in bilico tra la fine di tutto e un’altra possibilità.
Ed è arrivato, proprio quando avevi smesso di credere che esistesse. Lui, che voleva disinfettare le tue inquietudini e toglierti le spine dal cuore. Lui, che ha portato nuove confusioni e insoliti tormenti. Lui, semplicemente. Il ragazzo dei miracoli.
E come per magia tu muori dalla voglia di sentirlo, di mangiarlo, di viverlo, ma sei spaventata e nei tuoi sguardi c’è un misto di terrore e piacere e allora cerchi la giusta misura perché sai di non avere difese.
Perché sei scarnificata e ti basta il contatto più lieve per farti male.
Perché da tempo ormai ti crogiolavi nella tua impenetrabile abulia e ti eri rassegnata al destino più crudele.
Io. Non. Proverò. Più. Emozioni.
Così cerchi di allontanare il pensiero di lui che è legato da catene dorate che forse lo tagliuzzano come un filo di nylon quando è troppo stretto, ma lui non bada alle ferite che sono sottili e ancora non provocano dolore.
Poi dentro ti scatta qualcosa e decidi, incosciente, di lasciarti attraversare dai suoi occhi. E ti piaceva ubriacarti delle sue parole, portarti addosso quel suo odore di borotalco dopo averlo abbracciato.
Tornare alla vita attraverso i suoi respiri.
Ti aveva ridato un senso.
[Anche se in tutta questa storia un senso non c’è mai stato].
E hai lasciato che si infilasse sottopelle come un’infezione letale e si diffondesse in tutto il tuo corpo. Ancora prima di trovare l’antidoto. In fretta. Troppo in fretta per dare un nome a tutto questo.
E allora insieme avete iniziato a rubare il tempo. E tu hai cominciato a rubagli i pensieri, che lui doveva dedicare a chi sotto la sua, di pelle, c’era già.
Chiusi dentro uno scrigno, in uno spazio in cui ci si muove incerti. Impauriti. Disarmati.
E ti convinci che lui vuole salvarti perché forse vuole salvare se stesso. Ma non lo sa.
Poi d’un tratto inizia a massaggiarsi i lividi provocati dalle catene e dice che non fanno così male come sembra.
E proprio quando tu, dopo tante lacrime e troppo sangue, avevi trovato il coraggio di ricucire certi strappi violenti e avevi deciso di colmare quel vuoto profondo e illuminare gli abissi più neri tutto diventa stretto.
Lo spazio. Il tempo. Le parole. Le carezze.
Perché lui ti ha salvato dal ponte e ha iniziato a lanciarti coltelli. E ti ha schivato per un po’, e il numero sembrava riuscire bene, ma poi i suoi tiri sono diventati insicuri e la scatola dei cerotti ha iniziato a svuotarsi velocemente.
Le catene lo tirano e con le mani legate la traiettoria dei coltelli non è più così lineare. Il bersaglio rischia.
Tanto. Troppo.
E lui non vuole farti altro male. E tu dovresti dirgli grazie. Ha provato a salvarti dal tuo istinto suicida. Ha soffiato via il tuo passato. Ma adesso deve capire quanto sono strette quelle catene. E vuole solo proteggerti. E invece tu lo disprezzi. E ancora di più disprezzi te stessa. Per la tua arroganza. Per la tua presunzione. Perché lo sai bene che la fortuna sta sempre dall’altra parte e tu stai dalla parte sbagliata. E ti domandi come hai potuto credere di poter sovvertire l’ordine delle cose. Tu, che puoi solo contare i giorni e le notti sapendo che non verrà domani a liberarti. Tu, che sai solo infliggerti dolore e sei capace di patetiche sofferenze.
Con rammarico ti accorgi che basta un attimo a farti pensare che puoi di nuovo vivere e un altro attimo a farti capire che stai ancora morendo e che è stata solo un’illusione.
E che la vita ancora una volta si è divertita a scherzare, non ancora soddisfatta di quello che aveva già fatto.
Con te. Su di te. Contro di te.
E tu avresti tanto voluto dirgli amore al ragazzo dei miracoli. Ma non c'è stato il tempo. Lui non c’era già più…
Adesso non hai più scuse. Adesso lo sai che il lieto fine non esiste.
Forse l’acqua che scorre sotto il ponte non è così fredda…
inspired by La fille sur le pont, P. Leconte
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sabato, 08 novembre 2008 alle 20:28
...on air...
[maria and the violin's string : ashram]
Ho cercato a lungo le parole.
Forse le ho trovate.
Qui…
"Una porta chiusa; dietro qualcosa ci aspetta al varco. Non si aprirà, se io non mi muovo. Non muoversi; mai più. Fermare il tempo e la vita.
Ma so che mi muoverò. La porta si aprirà lentamente, e vedrò cosa c’è dietro. C’è l’avvenire. La porta dell’avvenire sta per aprirsi. Lentamente. Implacabilmente. Io sono sulla soglia. C’è soltanto questa porta e ciò che v’è nascosto dietro. Ho paura. E non posso chiamare nessuno in aiuto.
Ho paura."
Simone de Beauvoir, Una donna spezzata.
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domenica, 21 settembre 2008 alle 11:09
perchè ti fa paura
quello che succederà
se poi ti senti uguale
[non è per sempre : afterhours]
Sono un colore sbiadito.
Una canzone che gira in un juke box che non ascolta più nessuno.
Sono una tela lasciata incompiuta perché mi hanno rubato i pennelli.
Io sono quella che si guarda allo specchio e vede un’estranea dal sorriso di plastica.
Teatrale. Istrionica. Surreale.
Sono un’attrice da oscar e calco questo palcoscenico da anni.
E inizio ad essere stanca.
Sempre tesa come le corde di un violino che ha smesso di suonare da tempo.
Viscerale. Testarda. Nervosa. Nostalgica. Fragile. Isterica.
Sono confusa e ho la coscienza sporca. Nera come la fuliggine.
Io sono solo catrame.
Mi detesto. E mi sento terribilmente in colpa. Perché mi sto sgretolando.
E vorrei non avere questi occhi di ghiaccio. E vorrei poter dire ti voglio bene.
[Smettila di analizzare sempre tutto, tanto poi le diagnosi sono sbagliate].
Ho pensieri distorti e continuo a muovermi nei sotterranei di questo castello abbandonato sbattendo contro tutti gli spigoli.
Sono il temporale e la dimenticanza.
Io sono il silenzio.
E mi sento come Monica Vitti in un film di Antonioni.
Mi fanno male anche i capelli.
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sabato, 06 settembre 2008 alle 22:42
a heart that's full up like a landfill,
a job that slowly kills you,
bruises that won't heal
[no surprises : radiohead ]
Me ne sto vuota e sterile alla fine di una giornata di persone e di parole, con la finestra aperta mentre il traffico scorre sotto di me, per non sentire il silenzio di questa stanza dove non entra mai nessuno.
Rimango intorpidita in questo spazio doloroso e muto in cui l’unica cosa che vorrei fare è dormire.
Dark room.
E non sognare.
Cadere tra le braccia di un Morfeo benevolo capace soltanto di accarezzarmi per tutta la notte.
Svegliarmi domani mattina senza pensieri, con gli occhi asciutti e i capelli lucenti. Guardarmi allo specchio e riconoscere i contorni che racchiudono certi tormenti.
Alzare questa testa che pesa. E che fa male.
Ci sono volte in cui desidero scomparire, sottraendomi a questa umanità che ha mi ha fagocitata a morsi e continua a non mollare la presa.
Sputando i miei resti dove capita.
Devo smetterla di strisciare lungo i muri come una lucertola.
Oggi avrei preso a pugni anche il muro più ruvido se non avessi avuto le nocche già troppo ammaccate.
Penso.
Questi sono giorni difficili.
Piango.
Avrei preferito non essere qui.
[Se almeno avessi un gatto a cui fare le fusa mi sentirei meno inutile].
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martedì, 05 agosto 2008 alle 10:38
I knew all the rules
but the rules did not know me
guaranteed
[guaranteed : eddie vedder ]
Aveva bisogno di prendere la giusta distanza. Starsene tranquilla per un po’ soffocata da una leggerezza che non le appartiene ma di cui sentiva la necessità.
Annusare.
Provare a respirare la brezza delle notti d’estate, che si allungano come ombre sotto i passi incerti di un corpo che ricomincia a camminare.
E a volte arranca. Ma rimane in piedi.
Ha indossato il sorriso migliore e intessuto relazioni sociali per dimostrare a se stessa che qualche brandello di umanità in giro è rimasto.
Forse.
E qualcosa di lei si può ancora salvare.
Spera.
Si era ripromessa di tornare a riempire queste pagine solo al raggiungimento della pace.
Traguardo inarrivabile.
La tregua è solo illusione.
E lei lo sa.
Per lei la guerra non finisce.
Perché lei la guerra ce l’ha dentro.
E soffiare con tutto il fiato che le è rimasto su una girandola colorata non le basterà a spazzare via tutto.
Ha due corpi e due anime. Scissi da una linea di confine che dall’esterno nemmeno si percepisce.
Perché sa fingere bene.
E sa confondersi.
Ma certe volte si perde. E si sente stonata. E allora passa serate alcoliche protetta nella sua armatura. E ride.
Convinta di stare bene.
My chemical happiness.
E poi passa nottate insonni quando si accorge di avere ancora bisogno di un abbraccio tenero.
Salvifico.
Ma non c’è.
Lei si sta sforzando di guardare avanti. Infila grossi occhiali da sole per non lasciarsi accecare e per nascondere il rimmel che qualche volta scola ancora giù per il viso pallido.
Non è guarita. È sopravvissuta.
Nonostante tutto.
Ma forse questo non lo sa.
Più tardi andrà in spiaggia a raccogliere conchiglie…
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domenica, 01 giugno 2008 alle 18:53
adesso che ho sangue infetto
nessuno vorrà più leccare le mie ferite
[per niente stanca : carmen consoli ]
Latitare dalla scrittura mi provoca un senso di smarrimento che mi paralizza. Tutto finisce dentro una voragine che mi squarcia l’anima e scinde la mia testa dalle mie azioni, rendendomi una sorta di automa che si trascina nello spazio con movimenti programmati di cui non capisce il senso.
Sono stata per mesi inquieta e taciturna in un angolo di mondo, attorcigliata in una coperta calda e coi pensieri evanescenti come nuvole.
Lontana da ogni rumore. Ma i silenzi rimbombavano.
[Nocivi].
Esplodevo di desideri e congetture che non trovavano modo di concretizzarsi.
E nei pochi momenti di lucidità cercavo di raccogliere i pezzi di ciò che era stato e li riappiccicavo, ma l’unica colla che trovavo in casa si era seccata e i frammenti di vita scivolavano via dalle mani provocandomi tagli che non riuscivo tamponare.
In certi giorni stentavo a riconoscermi. Allo specchio si affacciava un’immagine pallida di me, deformata dalle delusioni e dall’assenza. Allora rimpiangevo vecchie lacrime che arrivavano alla fine di giornate di disperata euforia. E non capivo che anche quella era semplice sopravvivenza, offuscata da ipocrite attenzioni e insignificante normalità.
E così aspettavo di arrivare al fondo per bramare un ritorno all’essere viva.
Full of life.
Ma più passavano i mesi e più mi convincevo che l’attesa sarebbe stata la mia condizione esistenziale.
E adesso che la sera chiudo gli occhi senza piangere sono confusa e ho paura. Perché le lacrime sono soffocate dagli eventi, dalle novità arrivate all’improvviso, ma sono ancora là. E pesano.
Questo cambiamento che mi travolge non riesco a dominarlo e non so nemmeno godermelo.
[Affezionata al mio dolore/Terrorizzata dall’illusione].
Ho impiegato un mese a metabolizzare una realtà tutta nuova e non trovavo le parole per dire come sto e mi sono sentita in colpa perché non riuscivo a dare forma alle cose.
Non riesco a pacificarmi.
E mi detesto.
Tremo.
Perché l’attesa e l’assenza pervadono questo mia anima graffiata e fragile. Perché i titoli di coda di questo melodramma ancora non scorrono e io devo stare incollata davanti allo schermo a guardare questo film fino all’ultimo frame.
E dovrei sforzarmi di immaginare una nuova vita.
E dovrei trovare un equilibrio e smetterla una buona volta di camminare ondeggiando, come le foglie al vento, con le braccia allargate per cercare un appiglio.
E dovrei fare un respiro profondo e poi buttare via tutto quello che mi intasa i polmoni.
Ma trovare da vivere è complicato. E tutto ciò che mi circonda ha il sapore di uno stupido surrogato.
Questa affannosa ricerca di emozioni mi sta sfiancando.
E sentirmi così desolata mi fa sta facendo morire. Lentamente.
Horror vacui.
E dovrei smetterla di scrivere certi post decadenti.
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giovedì, 08 maggio 2008 alle 19:33
close your eyes, close your eyes
breathe the air, out there
we are free, we can be wide open
[analyse : the cranberries]
Ho ripescato da un cesta di ricordi ancora da stendere quella sera in cui faceva freddo e abbiamo camminato tanto. Il vento ci tagliava la faccia nascosta dietro sciarpe spesse che ovattavano le parole. E il respiro diventava affannoso. Perché l’aria pungeva e la voglia di raccontarsi faceva accavallare le cose da dire.
Notting Hill alle tre del mattino aveva un’aria surreale. Era tutta per noi. Ed io mi sentivo come la superstite in un film di ambientazione post-apocalittica. Forse era proprio così. Avevo trovato il modo di sopravvivere a me stessa, lasciandomi guidare dall’istinto come non facevo più da tempo.
Un’insolita leggerezza mi sfiorava l’anima. Come lo zefiro che sospende il tempo quando ti siedi in riva al mare e ti lasci stordire.
[Avevo trascorso gli ultimi mesi a tagliuzzarmi la pelle per dare senso ad un dolore che non potevo mostrare].
Avvolta nel mantello scuro di quella notte benevola mi sentivo una ragazza coffee and cigarettes, con la borsetta stracolma di avventure da raccontare e di esperienze ancora da provare.
Non so perché ora la memoria mi riporta a quel dicembre gelido.
Forse perché penso agli incontri.
[E sono affamata di umanità].
O forse perché rimugino su questo inverno tormentato che mi porto dietro. Sui pochi momenti in cui ci sono stata. Per me. Lucida.
Forse perché quella notte londinese l’ho sentita mia. Io c’ero. Viva. Dopo tanto tempo.
Avevo vissuto di proiezioni mentali per troppi mesi. Ed ero diventata solo una sagoma poco definita che faticava a stare in piedi.
Like a shadow.
E adesso che la primavera si insinua nella testa e sotto la pelle, penso a quell’italian boy che di giorno mi offriva muffin&cappuccino e di notte medicava le mie ferite con cotone imbevuto di filosofia e di strampalati pensieri da esploratore dell’anima.
E ripenso a quell’enorme punto interrogativo che campeggiava sulle nostre teste mentre paragonavi la vita ad una partita a carte.
Adesso che mi sento pronta per ricominciare il giro mi ritorni in mente.
Dove sei? Che cosa fai?
E penso ai destini che si incrociano, alle persone che nella vita ti sfiorano appena ma ti lasciano ricordi così preziosi da custodire gelosamente. E riapro quello scrigno solo ora per ricordare a me stessa che la vita è là fuori.
Perché forse è arrivato il momento di mischiare le carte e cominciare una nuova partita.
Grazie M. per quella serata indimenticabile.
Good luck.
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domenica, 04 maggio 2008 alle 17:18
when the day is long and the night
the night is yours alone
when you're sure you've had enough of this life
well hang on
don't let yourself go
[everybody hurts : rem]
Certe volte la notte non finisce. Rimane lì, ancorata al giorno che se la trascina come catene ai piedi di un carcerato.
E tutto riprende forma. Pensieri scoloriti da un sole troppo pallido tornano a brillare.
[sono accecata/non riesco più a vedere/brancolo].
Sensazioni dalle quali ti eri liberata dopo tanta fatica riaffiorano. E sono vive. Ancora. Le ferite ricominciano a sanguinare. Perché forse non hanno mai smesso. Bruciano. S’infiammano. Ti destabilizzano.
Crisi.
Tutto è ancora lì. Profondo. Stretto. Aggrappato.
Tanta fatica sprecata per provare a perdere lungo strada i ricordi. Le parole vomitate. Le urla. Le lacrime che pensavi fossero finite [non sono mai abbastanza].
E certi sogni (fantasmi che ti stanno col fiato sul collo) picchiano più forte di un pugno dato in piena faccia. Ti scaraventano addosso ad un muro che ti raschia la schiena. Ti raschia fin sotto la pelle.
[La corazza che ti eri costruita era fatta di carta velina].
Così le tue ossa si frantumano. E tu vorresti tirarle una ad una contro chi ti ha scavato dentro portandosi via tutto. Vorresti seppellirlo sotto quel mucchietto sgretolato di dolore.
E provi ad odiare.
Odio. Odio. Odio.
Ma l’odio non ti guarisce.
Please forget your troubles for a while.
Ho bisogno di liberarmi.
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lunedì, 28 aprile 2008 alle 21:21
forse perché quello che lei voleva
era una vita da star
milano style
come credete che si sentirà adesso?
[perchè una ragazza d’oggi può uccidersi? : baustelle]
Si sveglia presto tutte le mattine. Per abitudine o per insonnia.
[Albe automatiche svuotate dalla notte].
Mademoiselle tristesse. Giovane donna dai boccoli corvini.
Spesso si accosta alla finestra e guarda fuori. Attraverso i vetri graffiati da pensieri di fuga. Forse.
E certe volte il sole le illumina porzioni di volto.
Diafano. Incorporeo. Impenetrabile.
[Vene blu pulsano come incubi ricorrenti].
Dalla sua stanza nessun rumore. Si percepisce talvolta un pianto sommesso, ritmato da quella musica drum’ n’ bass che ascolta senza interruzione.
Sfiancata dall’attesa.
Senza tregua.
Indossa bracciali d’argento che tintinnano come segnali d’emergenza. Catene dell’anima che la incastrano in quel luogo/non_luogo (in equilibrio sulla linea di confine).
Legata. Abbandonata. Sola.
Volutamente.
Violentemente.
In cerca di sé prima di re-incontrare il mondo. Chissà. Ossessionata dalla perfezione dell’essere. Perché troppo spesso si è sentita sbagliata.
Sogna un corpo di plastica e un’anima di ferro.
Non vuole più sudare/mangiare/dormire/piangere/soffrire/avere paura.
Vuole sentirsi forte. Semplicemente.
Stanca di essere fragile.
Stanca di essere un bersaglio facile.
Resta immobile e si nutre di vita d’altri tempi. Di esistenze che sogna e di progetti che non realizza.
Ma lei agogna palpiti. Ancora. Un alito di vita.
E certe volte danza. A piedi nudi.
E gira. Gira. Gira.
Finché tutto cade.
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“Volevo dire questa frase con un’idea precisa e non sapevo quale fosse la maniera migliore di esprimere quest’idea. O meglio, lo sapevo ma adesso non lo so piĂą, mentre, appunto, dovrei saperlo.” NanĂ
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I love
in ordine sparso:
guardare fuori dal finestrino quando sono in treno, le persone ironiche, i temporali estivi, le sorprese, correre ascoltando la musica, le mie galoches comprate al mercato di Camden, camminare in città che non conosco, scivolare nelle poltrone di velluto del cinema e perdermi nello schermo, la genuinità , le parole ma soprattutto i pensieri, il coraggio, l’arte in tutte le sue forme, i baci appassionati, l’intelligenza, il colore viola, l’inverno, passare ore in libreria a leggere le prime pagine dei romanzi, Londra, i viaggiatori, le persone creative, a volte il silenzio, le anime inquiete, gridare ai concerti, le pareti colorate, le persone sensibili, chi combatte per un ideale, la sincerità , gli abbracci, le dediche sui libri e tante altre cose ma forse ancora non lo so…
I hate
in ordine sparso:
l’arroganza, le persone ordinarie, i perbenisti e i moralisti, i vigliacchi, il sapore dell’anice, troppo spesso me stessa, chi punta il dito, quelli che mangiano al cinema ma ancora di più quelli che bisbigliano, gli egoisti, i presuntuosi, le bugie, chi non accetta il mio lato più fragile, la mediocrità , chi ostenta la ricchezza perché non ha altro da dire, l’umidità , l’ignoranza, gli opportunisti e gli ipocriti, i compromessi, le feste comandate, i prepotenti, i luoghi comuni, i furbetti, quelli che dicono “ti capisco” e poi non ti stanno vicino, i conformisti, la falsità , le attese, chi vuol far credere di non cadere mai, eccetera eccetera…
Ink
“Ad eccezione di alcune lunghe lettere, è molto tempo che non scrivo qualcosa di esclusivamente mio, perciò non ho affatto la sicurezza di riuscire ad arrivare fino in fondo. Anche se, a pensarci bene, dubito di avere mai avuto questa sicurezza in vita mia. Ho sempre scritto solo perché dovevo farlo.
Perché è così imperativo per me scrivere? La ragione è semplice. Perché per pensare a qualunque cosa ho bisogno di metterla prima di tutto per iscritto.”
THANKS TO Murakami Haruki – La ragazza dello Sputnik
Sounds
Electro/Funk - Pop, Indie Rock, Classical and Neoclassical, Rock
pellicole
alcuni dei film che ho amato: “Ladri di biciclette” di De Sica, “Fino al’ultimo respiro” di Godard e naturalmente “Vivre sa vie”, “Thelma e Louise” di Scott, “Quarto Potere” di Welles, tutto Lynch, “Reservoir Dogs” di Tarantino, “Babel” e “Amores Perros” di Inarritu, “The others” di Amenabar, “Una giornata particolare” e “C’eravamo tanto amati” di Scola, “Into the Wild” di Penn, “Magnolia” e “Ubriaco d’amore” di Anderson, “C’era una volta in America” di Leone, tutti i film di Kim Ki Duk, “Dolls” di Kitano, i film di Antonioni, “Lola corre” di Tykwer, “8 e Mezzo” di Fellini, “Roma città aperta” di Rossellini, “Caro diario” e “Aprile” di Moretti, “Little Miss Sunshine” di Dayton e Faris , “Il favoloso mondo di Amelie” di Jeunet, “Lanterne rosse” di Yimou, “Una vita difficile” di Risi, “Hong Kong Express” di Wong Kar Wai, “I 400 colpi” di Truffaut, “Sweeney Todd” di Burton, “Nashville” e “America oggi” di Altman, “La ragazza sul ponte” di Leconte, “Le conseguenze dell’amore” di Sorrentino, “Pane e Tulipani” e “Brucio nel vento” di Soldini, “Un borghese piccolo piccolo” di Monicelli, i film di Kubrick, “Mio fratello è figlio unico” di Luchetti, “Prima della rivoluzione” di Bertolucci, “Seven” e “Fight Club” di Fincher, “Psyco” e “La finestra sul cortile” di Hitchcock, “Il silenzio degli innocenti” di Demme, “I cento passi” di Giordana, “Santa Maradona” di Ponti, “I soliti sospetti” di Singer, “Nosferatu” di Murnau, “Buongiorno, notte” di Bellocchio, “Mystic River” di Eastwood, “Accattone” di Pasolini, “Tutta la vita davanti” di Virzì, “Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Petri, “Romanzo criminale” di Placido, “Decalogo” di Kieslowski, “Tutto su mia madre” di Almodovar, “Le vite degli altri” di Henckel von Donnersamark, e tantissimi altri che adesso non mi vengono in mente…
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