try to resist, but it's just not finished with you yet
a hold too intense to forget
[taste of blood : archive]
Azzerata. Finita. Abbandonata.
Rinchiusa in una scatola che riporrai negli scaffali più bui.
Ermetica.
Fino a dimenticarti che esiste. Che è esistita.
E io dentro respirerò piano per non fare rumore. Per non farmi sentire. Come vuoi tu.
Muta.
Off.
Mi tirano i muscoli. Tesi. Come quelli di un atleta pronto sul via. Ma lo start non spara. E lui non può correre. E se ne sta lì coi muscoli pronti allo slancio, gli occhi puntati, il fiato sospeso.
Trema.
Prima o poi si spezzerà.
Allora sparami. Dammi un motivo per volerti male.
Sparami. Per giustificare tutto questo dolore.
Tu che eri venuto a proteggermi dal freddo dell’inverno che mi portavo dentro e che invece mi hai buttato sulle spalle una coperta troppo pesante che non ho saputo sostenere.
Ho sperato per un attimo che le tue carezze sarebbero state la mia salvezza.
E non immaginavo mani di lama e nuovi tagli.
Ho nostalgia di quel futuro che non abbiamo scritto e che mai sarà.
E sento la mancanza di quei pochi attimi in cui mi sono sentita fuori dal tempo, in cui ho creduto che sarebbe venuto il tuo sole a baciare dolcemente la mia pelle scorticata.
Adesso avrei voglia di correre da te.
Ti direi “Guardami. Abbracciami”.
Ma devo smetterla di pensare che ci sei, perché per te non esisto già più.
Perché sei andato oltre.
Oltre la distanza che ci separa.
Ma io ad azzerare tutto non ce la faccio proprio.
E ti aspetto. Ancora.
A bout de souffle.
Fino all’ultimo respiro.
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mi hai seminata di baci e seppellita
poi mi hai profumata di sguardi e rabbonita
[mielato : patrizia laquidara]
Succede che all’improvviso tutto cambia.
E mentre guardi giù, terrorizzata ma convinta di buttarti dal ponte, arriva qualcuno a tenderti la mano. E tu lo guardi, questo qualcuno dal viso limpido e lo sguardo sereno, e fatichi a capire. Lui si allunga per sfiorarti e riportarti al di qua di quella balaustra che trema perché tu stai tremando, e ti tremano le caviglie che non sanno più sostenerti e ti trema la voce che non sa più parlare. Ti giri, piano, e poi lo stringi, con tutta la forza che ti è rimasta. Perché eri lì, in bilico tra la fine di tutto e un’altra possibilità.
Ed è arrivato, proprio quando avevi smesso di credere che esistesse. Lui, che voleva disinfettare le tue inquietudini e toglierti le spine dal cuore. Lui, che ha portato nuove confusioni e insoliti tormenti. Lui, semplicemente. Il ragazzo dei miracoli.
E come per magia tu muori dalla voglia di sentirlo, di mangiarlo, di viverlo, ma sei spaventata e nei tuoi sguardi c’è un misto di terrore e piacere e allora cerchi la giusta misura perché sai di non avere difese.
Perché sei scarnificata e ti basta il contatto più lieve per farti male.
Perché da tempo ormai ti crogiolavi nella tua impenetrabile abulia e ti eri rassegnata al destino più crudele.
Io. Non. Proverò. Più. Emozioni.
Così cerchi di allontanare il pensiero di lui che è legato da catene dorate che forse lo tagliuzzano come un filo di nylon quando è troppo stretto, ma lui non bada alle ferite che sono sottili e ancora non provocano dolore.
Poi dentro ti scatta qualcosa e decidi, incosciente, di lasciarti attraversare dai suoi occhi. E ti piaceva ubriacarti delle sue parole, portarti addosso quel suo odore di borotalco dopo averlo abbracciato.
Tornare alla vita attraverso i suoi respiri.
Ti aveva ridato un senso.
[Anche se in tutta questa storia un senso non c’è mai stato].
E hai lasciato che si infilasse sottopelle come un’infezione letale e si diffondesse in tutto il tuo corpo. Ancora prima di trovare l’antidoto. In fretta. Troppo in fretta per dare un nome a tutto questo.
E allora insieme avete iniziato a rubare il tempo. E tu hai cominciato a rubagli i pensieri, che lui doveva dedicare a chi sotto la sua, di pelle, c’era già.
Chiusi dentro uno scrigno, in uno spazio in cui ci si muove incerti. Impauriti. Disarmati.
E ti convinci che lui vuole salvarti perché forse vuole salvare se stesso. Ma non lo sa.
Poi d’un tratto inizia a massaggiarsi i lividi provocati dalle catene e dice che non fanno così male come sembra.
E proprio quando tu, dopo tante lacrime e troppo sangue, avevi trovato il coraggio di ricucire certi strappi violenti e avevi deciso di colmare quel vuoto profondo e illuminare gli abissi più neri tutto diventa stretto.
Lo spazio. Il tempo. Le parole. Le carezze.
Perché lui ti ha salvato dal ponte e ha iniziato a lanciarti coltelli. E ti ha schivato per un po’, e il numero sembrava riuscire bene, ma poi i suoi tiri sono diventati insicuri e la scatola dei cerotti ha iniziato a svuotarsi velocemente.
Le catene lo tirano e con le mani legate la traiettoria dei coltelli non è più così lineare. Il bersaglio rischia.
Tanto. Troppo.
E lui non vuole farti altro male. E tu dovresti dirgli grazie. Ha provato a salvarti dal tuo istinto suicida. Ha soffiato via il tuo passato. Ma adesso deve capire quanto sono strette quelle catene. E vuole solo proteggerti. E invece tu lo disprezzi. E ancora di più disprezzi te stessa. Per la tua arroganza. Per la tua presunzione. Perché lo sai bene che la fortuna sta sempre dall’altra parte e tu stai dalla parte sbagliata. E ti domandi come hai potuto credere di poter sovvertire l’ordine delle cose. Tu, che puoi solo contare i giorni e le notti sapendo che non verrà domani a liberarti. Tu, che sai solo infliggerti dolore e sei capace di patetiche sofferenze.
Con rammarico ti accorgi che basta un attimo a farti pensare che puoi di nuovo vivere e un altro attimo a farti capire che stai ancora morendo e che è stata solo un’illusione.
E che la vita ancora una volta si è divertita a scherzare, non ancora soddisfatta di quello che aveva già fatto.
Con te. Su di te. Contro di te.
E tu avresti tanto voluto dirgli amore al ragazzo dei miracoli. Ma non c'è stato il tempo. Lui non c’era già più…
Adesso non hai più scuse. Adesso lo sai che il lieto fine non esiste.
Forse l’acqua che scorre sotto il ponte non è così fredda…
inspired by La fille sur le pont, P. Leconte
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...on air...
[maria and the violin's string : ashram]
Ho cercato a lungo le parole.
Forse le ho trovate.
Qui…
"Una porta chiusa; dietro qualcosa ci aspetta al varco. Non si aprirà, se io non mi muovo. Non muoversi; mai più. Fermare il tempo e la vita.
Ma so che mi muoverò. La porta si aprirà lentamente, e vedrò cosa c’è dietro. C’è l’avvenire. La porta dell’avvenire sta per aprirsi. Lentamente. Implacabilmente. Io sono sulla soglia. C’è soltanto questa porta e ciò che v’è nascosto dietro. Ho paura. E non posso chiamare nessuno in aiuto.
Ho paura."
Simone de Beauvoir, Una donna spezzata.
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a heart that's full up like a landfill,
a job that slowly kills you,
bruises that won't heal
[no surprises : radiohead ]
Me ne sto vuota e sterile alla fine di una giornata di persone e di parole, con la finestra aperta mentre il traffico scorre sotto di me, per non sentire il silenzio di questa stanza dove non entra mai nessuno.
Rimango intorpidita in questo spazio doloroso e muto in cui l’unica cosa che vorrei fare è dormire.
Dark room.
E non sognare.
Cadere tra le braccia di un Morfeo benevolo capace soltanto di accarezzarmi per tutta la notte.
Svegliarmi domani mattina senza pensieri, con gli occhi asciutti e i capelli lucenti. Guardarmi allo specchio e riconoscere i contorni che racchiudono certi tormenti.
Alzare questa testa che pesa. E che fa male.
Ci sono volte in cui desidero scomparire, sottraendomi a questa umanità che ha mi ha fagocitata a morsi e continua a non mollare la presa.
Sputando i miei resti dove capita.
Devo smetterla di strisciare lungo i muri come una lucertola.
Oggi avrei preso a pugni anche il muro più ruvido se non avessi avuto le nocche già troppo ammaccate.
Penso.
Questi sono giorni difficili.
Piango.
Avrei preferito non essere qui.
[Se almeno avessi un gatto a cui fare le fusa mi sentirei meno inutile].
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