sabato, 08 novembre 2008 alle 20:28



 
...on air...
[maria and the violin's string : ashram]
 
 
Ho cercato a lungo le parole.
Forse le ho trovate.
Qui…
 
"Una porta chiusa; dietro qualcosa ci aspetta al varco. Non si aprirà, se io non mi muovo. Non muoversi; mai più. Fermare il tempo e la vita.
Ma so che mi muoverò. La porta si aprirà lentamente, e vedrò cosa c’è dietro. C’è l’avvenire. La porta dell’avvenire sta per aprirsi. Lentamente. Implacabilmente. Io sono sulla soglia. C’è soltanto questa porta e ciò che v’è nascosto dietro. Ho paura. E non posso chiamare nessuno in aiuto.
Ho paura."
 
Simone de Beauvoir, Una donna spezzata.


 

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domenica, 01 giugno 2008 alle 18:53



 

adesso che ho sangue infetto

 
nessuno vorrà più leccare le mie ferite

[per niente stanca : carmen consoli ]

 

Latitare dalla scrittura mi provoca un senso di smarrimento che mi paralizza. Tutto finisce dentro una voragine che mi squarcia l’anima e scinde la mia testa dalle mie azioni, rendendomi una sorta di automa che si trascina nello spazio con movimenti programmati di cui non capisce il senso.

Sono stata per mesi inquieta e taciturna in un angolo di mondo, attorcigliata in una coperta calda e coi pensieri evanescenti come nuvole.

Lontana da ogni rumore. Ma i silenzi rimbombavano.

[Nocivi].

Esplodevo di desideri e congetture che non trovavano modo di concretizzarsi.

E nei pochi momenti di lucidità cercavo di raccogliere i pezzi di ciò che era stato e li riappiccicavo, ma l’unica colla che trovavo in casa si era seccata e i frammenti di vita scivolavano via dalle mani provocandomi tagli che non riuscivo tamponare.

In certi giorni stentavo a riconoscermi. Allo specchio si affacciava un’immagine pallida di me, deformata dalle delusioni e dall’assenza. Allora rimpiangevo vecchie lacrime che arrivavano alla fine di giornate di disperata euforia. E non capivo che anche quella era semplice sopravvivenza, offuscata da ipocrite attenzioni e insignificante normalità.

E così aspettavo di arrivare al fondo per bramare un ritorno all’essere viva.

Full of life.

Ma più passavano i mesi e più mi convincevo che l’attesa sarebbe stata la mia condizione esistenziale.

E adesso che la sera chiudo gli occhi senza piangere sono confusa e ho paura. Perché le lacrime sono soffocate dagli eventi, dalle novità arrivate all’improvviso, ma sono ancora là. E pesano.

Questo cambiamento che mi travolge non riesco a dominarlo e non so nemmeno godermelo.

[Affezionata al mio dolore/Terrorizzata dall’illusione].

Ho impiegato un mese a metabolizzare una realtà tutta nuova e non trovavo le parole per dire come sto e mi sono sentita in colpa perché non riuscivo a dare forma alle cose.

Non riesco a pacificarmi.

E mi detesto.

Tremo.

Perché l’attesa e l’assenza pervadono questo mia anima graffiata e fragile. Perché i titoli di coda di questo melodramma ancora non scorrono e io devo stare incollata davanti allo schermo a guardare questo film fino all’ultimo frame.

E dovrei sforzarmi di immaginare una nuova vita.

E dovrei trovare un equilibrio e smetterla una buona volta di camminare ondeggiando, come le foglie al vento, con le braccia allargate per cercare un appiglio.

E dovrei fare un respiro profondo e poi buttare via tutto quello che mi intasa i polmoni.

Ma trovare da vivere è complicato. E tutto ciò che mi circonda ha il sapore di uno stupido surrogato.

Questa affannosa ricerca di emozioni mi sta sfiancando.

E sentirmi così desolata mi fa sta facendo morire. Lentamente.

Horror vacui.

 

E dovrei smetterla di scrivere certi post decadenti.



 

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giovedì, 08 maggio 2008 alle 19:33



 
close your eyes, close your eyes

breathe the air, out there

we are free, we can be wide open
[analyse : the cranberries]
 
Ho ripescato da un cesta di ricordi ancora da stendere quella sera in cui faceva freddo e abbiamo camminato tanto. Il vento ci tagliava la faccia nascosta dietro sciarpe spesse che ovattavano le parole. E il respiro diventava affannoso. Perché l’aria pungeva e la voglia di raccontarsi faceva accavallare le cose da dire.
Notting Hill alle tre del mattino aveva un’aria surreale. Era tutta per noi. Ed io mi sentivo come la superstite in un film di ambientazione post-apocalittica. Forse era proprio così. Avevo trovato il modo di sopravvivere a me stessa, lasciandomi guidare dall’istinto come non facevo più da tempo.
Un’insolita leggerezza mi sfiorava l’anima. Come lo zefiro che sospende il tempo quando ti siedi in riva al mare e ti lasci stordire.
[Avevo trascorso gli ultimi mesi a tagliuzzarmi la pelle per dare senso ad un dolore che non potevo mostrare].
Avvolta nel mantello scuro di quella notte benevola mi sentivo una ragazza coffee and cigarettes, con la borsetta stracolma di avventure da raccontare e di esperienze ancora da provare.
Non so perché ora la memoria mi riporta a quel dicembre gelido.
Forse perché penso agli incontri.
[E sono affamata di umanità].
O forse perché rimugino su questo inverno tormentato che mi porto dietro. Sui pochi momenti in cui ci sono stata. Per me.  Lucida.
Forse perché  quella notte londinese l’ho sentita mia. Io c’ero. Viva. Dopo tanto tempo.
Avevo vissuto di proiezioni mentali per troppi mesi. Ed ero diventata solo una sagoma poco definita che faticava a stare in piedi.
Like a shadow.  
E adesso che la primavera si insinua nella testa e sotto la pelle, penso a quell’italian boy che di giorno mi offriva muffin&cappuccino e di notte medicava le mie ferite con cotone imbevuto di filosofia e di strampalati pensieri da esploratore dell’anima.
E ripenso a quell’enorme punto interrogativo che campeggiava sulle nostre teste mentre paragonavi la vita ad una partita a carte.
Adesso che mi sento pronta per ricominciare il giro mi ritorni in mente.
Dove sei? Che cosa fai?
E penso ai destini che si incrociano, alle persone che nella vita ti sfiorano appena ma ti lasciano ricordi così preziosi da custodire gelosamente. E riapro quello scrigno solo ora per ricordare a me stessa che la vita è là fuori.
Perché forse è arrivato il momento di mischiare le carte e cominciare una nuova partita.
Grazie M. per quella serata indimenticabile.
Good luck.


 

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venerdì, 11 aprile 2008 alle 15:20



 
via da questi luoghi via da vecchie paure 
via da questi sguardi e dalla noia volgare
[l’ultima risposta : subsonica]
 
E mastico sapone nella speranza che lavi via i ricordi e purifichi l’anima da incubi che martellano come battiti cardiaci. Perché devo essere libera. Rapida.
Ma la memoria rimbomba in questa testa in cui si attorcigliano pensieri.
(Con/fusione tra giorni trascorsi e nuovo mondo).
E appiccica adesivi dappertutto che io provo a staccare. Ma se ne stanno lì, incollati alle pareti dello stomaco. Incastrati tra le viscere consumate. E certe volte tolgono ancora il fiato.
Allora scatto polaroid del mio passato per provare ad archiviare [sensazioni ancora troppo vicine di una me che appare ormai perduta].
E continuo a camminare. In equilibrio su un filo sottile. Se tiri ancora si spezza. Se ti giri un’altra volta rischi di spezzarti l’osso del collo.
Metti un punto e guarda avanti. Occhi attaccati a ciò che sarà. Perché sarà. Finalmente. Mi ripeto come un mantra. Preparati al nuovo viaggio. E smetti di frugare nelle tue inquietudini.
Perché il tempo è scaduto. Stop. Ricomincia la conta.
Kumore tokidoki ame. Cielo coperto e nuvole di fumo. Ancora per poco.
Io spero.
No. Io voglio.
 


 

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lunedì, 07 aprile 2008 alle 11:39



 
another turning point, a fork stuck in the road
 
time grabs you by the wrist, directs you where to go
 
[time of your life : green day]
 
Hai raccontato della tua solitudine. Della cattiva abitudine a lasciarti vivere. Avevi occhi lucidi ma nemmeno una lacrima.
Lady tristezza dai capelli rossi.
Eri lì, seduta. Senza tremare. Al centro del palco in quel cineclub con le poltrone di velluto e le pareti nere.
(Detesto quelle locandine appese al muro, memoria di una vita che mi è stata strappata).
In quel non-luogo un po’ fuori dal mondo e anche dal nostro tempo. In quella stanza grande in cui tutto si annulla. Forse. Mentre noi respiriamo aria polverosa e odore sessantottino.
Hai parlato di te, del tuo sonno lungo dieci anni. Raccontavi di me. Di tutte noi, che ti ascoltavamo immobili. In apnea. E ingoiavamo le tue parole come vetro.
Soffocate/ Intimorite/Incomprese.  
Noi, che a colazione beviamo assenzio dentro tazze di porcellana.
Noi, che portiamo cicatrici indelebili che ci obbligano a nascondere.
Noi, in attesa sul marciapiede di una stazione abbandonata. Do not cross the railway lines.
E mi sono accorta in un momento di quanto siamo fragili e forti allo stesso tempo. Noi, con la paura di vivere e il terrore di morire. Inconsapevoli sopravvissute a ferite laceranti e deserti aridi arrivati all’improvviso.
Hai detto di voler mordere la vita. Con avidità. Hai detto “dobbiamo farlo”.
[silenzio_assenso dentro occhi gonfi di amarezza].
Ci siamo trovate. Per caso. Chissà. Creature evanescenti di pianeti diversi ma con lo stesso peccato.
Noi, in punta di piedi sull’orlo del mondo.

 

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+this version

“Volevo dire questa frase con un’idea precisa e non sapevo quale fosse la maniera migliore di esprimere quest’idea. O meglio, lo sapevo ma adesso non lo so più, mentre, appunto, dovrei saperlo.” Nanà

my past

oggi
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aprile 2008

how many?

*loading*

I love

in ordine sparso: guardare fuori dal finestrino quando sono in treno, le persone ironiche, i temporali estivi, le sorprese, correre ascoltando la musica, le mie galoches comprate al mercato di Camden, camminare in città che non conosco, scivolare nelle poltrone di velluto del cinema e perdermi nello schermo, la genuinità, le parole ma soprattutto i pensieri, il coraggio, l’arte in tutte le sue forme, i baci appassionati, l’intelligenza, il colore viola, l’inverno, passare ore in libreria a leggere le prime pagine dei romanzi, Londra, i viaggiatori, le persone creative, a volte il silenzio, le anime inquiete, gridare ai concerti, le pareti colorate, le persone sensibili, chi combatte per un ideale, la sincerità, gli abbracci, le dediche sui libri e tante altre cose ma forse ancora non lo so…

I hate

in ordine sparso: l’arroganza, le persone ordinarie, i perbenisti e i moralisti, i vigliacchi, il sapore dell’anice, troppo spesso me stessa, chi punta il dito, quelli che mangiano al cinema ma ancora di più quelli che bisbigliano, gli egoisti, i presuntuosi, le bugie, chi non accetta il mio lato più fragile, la mediocrità, chi ostenta la ricchezza perché non ha altro da dire, l’umidità, l’ignoranza, gli opportunisti e gli ipocriti, i compromessi, le feste comandate, i prepotenti, i luoghi comuni, i furbetti, quelli che dicono “ti capisco” e poi non ti stanno vicino, i conformisti, la falsità, le attese, chi vuol far credere di non cadere mai, eccetera eccetera…

Ink

“Ad eccezione di alcune lunghe lettere, è molto tempo che non scrivo qualcosa di esclusivamente mio, perciò non ho affatto la sicurezza di riuscire ad arrivare fino in fondo. Anche se, a pensarci bene, dubito di avere mai avuto questa sicurezza in vita mia. Ho sempre scritto solo perché dovevo farlo.
Perché è così imperativo per me scrivere? La ragione è semplice. Perché per pensare a qualunque cosa ho bisogno di metterla prima di tutto per iscritto.”
THANKS TO Murakami Haruki – La ragazza dello Sputnik

Sounds

Electro/Funk - Pop, Indie Rock, Classical and Neoclassical, Rock

pellicole

alcuni dei film che ho amato: “Ladri di biciclette” di De Sica, “Fino al’ultimo respiro” di Godard e naturalmente “Vivre sa vie”, “Thelma e Louise” di Scott, “Quarto Potere” di Welles, tutto Lynch, “Reservoir Dogs” di Tarantino, “Babel” e “Amores Perros” di Inarritu, “The others” di Amenabar, “Una giornata particolare” e “C’eravamo tanto amati” di Scola, “Into the Wild” di Penn, “Magnolia” e “Ubriaco d’amore” di Anderson, “C’era una volta in America” di Leone, tutti i film di Kim Ki Duk, “Dolls” di Kitano, i film di Antonioni, “Lola corre” di Tykwer, “8 e Mezzo” di Fellini, “Roma città aperta” di Rossellini, “Caro diario” e “Aprile” di Moretti, “Little Miss Sunshine” di Dayton e Faris , “Il favoloso mondo di Amelie” di Jeunet, “Lanterne rosse” di Yimou, “Una vita difficile” di Risi, “Hong Kong Express” di Wong Kar Wai, “I 400 colpi” di Truffaut, “Sweeney Todd” di Burton, “Nashville” e “America oggi” di Altman, “La ragazza sul ponte” di Leconte, “Le conseguenze dell’amore” di Sorrentino, “Pane e Tulipani” e “Brucio nel vento” di Soldini, “Un borghese piccolo piccolo” di Monicelli, i film di Kubrick, “Mio fratello è figlio unico” di Luchetti, “Prima della rivoluzione” di Bertolucci, “Seven” e “Fight Club” di Fincher, “Psyco” e “La finestra sul cortile” di Hitchcock, “Il silenzio degli innocenti” di Demme, “I cento passi” di Giordana, “Santa Maradona” di Ponti, “I soliti sospetti” di Singer, “Nosferatu” di Murnau, “Buongiorno, notte” di Bellocchio, “Mystic River” di Eastwood, “Accattone” di Pasolini, “Tutta la vita davanti” di Virzì, “Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Petri, “Romanzo criminale” di Placido, “Decalogo” di Kieslowski, “Tutto su mia madre” di Almodovar, “Le vite degli altri” di Henckel von Donnersamark, e tantissimi altri che adesso non mi vengono in mente…

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