giovedì, 01 gennaio 2009 alle 15:22



 
mi hai seminata di baci e seppellita
 
poi mi hai profumata di sguardi e rabbonita
[mielato : patrizia laquidara]
 
Succede che all’improvviso tutto cambia.
E mentre guardi giù, terrorizzata ma convinta di buttarti dal ponte, arriva qualcuno a tenderti la mano. E tu lo guardi, questo qualcuno dal viso limpido e lo sguardo sereno, e fatichi a capire. Lui si allunga per sfiorarti e riportarti al di qua di quella balaustra che trema perché tu stai tremando, e ti tremano le caviglie che non sanno più sostenerti e ti trema la voce che non sa più parlare. Ti giri, piano, e poi lo stringi, con tutta la forza che ti è rimasta. Perché eri lì, in bilico tra la fine di tutto e un’altra possibilità.
Ed è arrivato, proprio quando avevi smesso di credere che esistesse. Lui, che voleva disinfettare le tue inquietudini e toglierti le spine dal cuore. Lui, che ha portato nuove confusioni e insoliti tormenti. Lui, semplicemente.  Il ragazzo dei miracoli.
E come per magia tu muori dalla voglia di sentirlo, di mangiarlo, di viverlo, ma sei spaventata e nei tuoi sguardi c’è un misto di terrore e piacere e allora cerchi la giusta misura perché sai di non avere difese.
Perché sei scarnificata e ti basta il contatto più lieve per farti male.
Perché da tempo ormai ti crogiolavi nella tua impenetrabile abulia e ti eri rassegnata al destino più crudele.
Io. Non. Proverò. Più. Emozioni.
Così cerchi di allontanare il pensiero di lui che è legato da catene dorate che forse lo tagliuzzano come un filo di nylon quando è troppo stretto, ma lui non bada alle ferite che sono sottili e ancora non provocano dolore.
Poi dentro ti scatta qualcosa e decidi, incosciente, di lasciarti attraversare dai suoi occhi. E ti piaceva ubriacarti delle sue parole, portarti addosso quel suo odore di borotalco dopo averlo abbracciato.
Tornare alla vita attraverso i suoi respiri.
Ti aveva ridato un senso.
[Anche se in tutta questa storia un senso non c’è mai stato].
E hai lasciato che si infilasse sottopelle come un’infezione letale e si diffondesse in tutto il tuo corpo. Ancora prima di trovare l’antidoto. In fretta. Troppo in fretta per dare un nome a tutto questo.
E allora insieme avete iniziato a rubare il tempo. E tu hai cominciato a rubagli i pensieri, che lui doveva dedicare a chi sotto la sua, di pelle, c’era già.
Chiusi dentro uno scrigno, in uno spazio in cui ci si muove incerti. Impauriti. Disarmati.
E ti convinci che lui vuole salvarti perché forse vuole salvare se stesso. Ma non lo sa.
Poi d’un tratto inizia a massaggiarsi i lividi provocati dalle catene e dice che non fanno così male come sembra.
E proprio quando tu, dopo tante lacrime e troppo sangue, avevi trovato il coraggio di ricucire certi strappi violenti e avevi deciso di colmare quel vuoto profondo e illuminare gli abissi più neri tutto diventa stretto.
Lo spazio. Il tempo. Le parole. Le carezze.
Perché lui ti ha salvato dal ponte e ha iniziato a lanciarti coltelli. E ti ha schivato per un po’, e il numero sembrava riuscire bene, ma poi i suoi tiri sono diventati insicuri e la scatola dei cerotti ha iniziato a svuotarsi velocemente.
Le catene lo tirano e con le mani legate la traiettoria dei coltelli non è più così lineare. Il bersaglio rischia.
Tanto. Troppo.
E lui non vuole farti altro male. E tu dovresti dirgli grazie. Ha provato a salvarti dal tuo istinto suicida. Ha soffiato via il tuo passato. Ma adesso deve capire quanto sono strette quelle catene. E vuole solo proteggerti. E invece tu lo disprezzi. E ancora di più disprezzi te stessa. Per la tua arroganza. Per la tua presunzione. Perché lo sai bene che la fortuna sta sempre dall’altra parte e tu stai dalla parte sbagliata. E ti domandi come hai potuto credere di poter sovvertire l’ordine delle cose. Tu, che puoi solo contare i giorni e le notti sapendo che non verrà domani a liberarti. Tu, che sai solo infliggerti dolore e sei capace di patetiche sofferenze.
Con rammarico ti accorgi che basta un attimo a farti pensare che puoi di nuovo vivere e un altro attimo a farti capire che stai ancora morendo e che è stata solo un’illusione.
E che la vita ancora una volta si è divertita a scherzare, non ancora soddisfatta di quello che aveva già fatto.
Con te. Su di te. Contro di te.
E tu avresti tanto voluto dirgli amore al ragazzo dei miracoli. Ma non c'è stato il tempo. Lui non c’era già più…
Adesso non hai più scuse. Adesso lo sai che il lieto fine non esiste.
Forse l’acqua che scorre sotto il ponte non è così fredda…
 
inspired by La fille sur le pont, P. Leconte


 

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domenica, 04 maggio 2008 alle 17:18



 
when the day is long and the night

the night is yours alone

when you're sure you've had enough of this life
 
well hang on

don't let yourself go
[everybody hurts : rem]
 
Certe volte la notte non finisce. Rimane lì, ancorata al giorno che se la trascina come catene ai piedi di un carcerato.
E tutto riprende forma. Pensieri scoloriti da un sole troppo pallido tornano a brillare.
[sono accecata/non riesco più a vedere/brancolo].
Sensazioni dalle quali ti eri liberata dopo tanta fatica riaffiorano. E sono vive. Ancora. Le ferite ricominciano a sanguinare. Perché forse non hanno mai smesso. Bruciano. S’infiammano. Ti destabilizzano.
Crisi.
Tutto è ancora lì. Profondo. Stretto. Aggrappato.
Tanta fatica sprecata per provare a perdere lungo strada i ricordi. Le parole vomitate. Le urla. Le lacrime che pensavi fossero finite [non sono mai abbastanza].
E certi sogni (fantasmi che ti stanno col fiato sul collo) picchiano più forte di un pugno dato in piena faccia. Ti scaraventano addosso ad un muro che ti raschia la schiena. Ti raschia fin sotto la pelle.
[La corazza che ti eri costruita era fatta di carta velina].
Così le tue ossa si frantumano. E tu vorresti tirarle una ad una contro chi ti ha scavato dentro portandosi via tutto. Vorresti seppellirlo sotto quel mucchietto sgretolato di dolore.
E provi ad odiare.
Odio. Odio. Odio.
Ma l’odio non ti guarisce.
 
Please forget your troubles for a while.
Ho bisogno di liberarmi.


 

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“Volevo dire questa frase con un’idea precisa e non sapevo quale fosse la maniera migliore di esprimere quest’idea. O meglio, lo sapevo ma adesso non lo so più, mentre, appunto, dovrei saperlo.” Nanà

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in ordine sparso: guardare fuori dal finestrino quando sono in treno, le persone ironiche, i temporali estivi, le sorprese, correre ascoltando la musica, le mie galoches comprate al mercato di Camden, camminare in città che non conosco, scivolare nelle poltrone di velluto del cinema e perdermi nello schermo, la genuinità, le parole ma soprattutto i pensieri, il coraggio, l’arte in tutte le sue forme, i baci appassionati, l’intelligenza, il colore viola, l’inverno, passare ore in libreria a leggere le prime pagine dei romanzi, Londra, i viaggiatori, le persone creative, a volte il silenzio, le anime inquiete, gridare ai concerti, le pareti colorate, le persone sensibili, chi combatte per un ideale, la sincerità, gli abbracci, le dediche sui libri e tante altre cose ma forse ancora non lo so…

I hate

in ordine sparso: l’arroganza, le persone ordinarie, i perbenisti e i moralisti, i vigliacchi, il sapore dell’anice, troppo spesso me stessa, chi punta il dito, quelli che mangiano al cinema ma ancora di più quelli che bisbigliano, gli egoisti, i presuntuosi, le bugie, chi non accetta il mio lato più fragile, la mediocrità, chi ostenta la ricchezza perché non ha altro da dire, l’umidità, l’ignoranza, gli opportunisti e gli ipocriti, i compromessi, le feste comandate, i prepotenti, i luoghi comuni, i furbetti, quelli che dicono “ti capisco” e poi non ti stanno vicino, i conformisti, la falsità, le attese, chi vuol far credere di non cadere mai, eccetera eccetera…

Ink

“Ad eccezione di alcune lunghe lettere, è molto tempo che non scrivo qualcosa di esclusivamente mio, perciò non ho affatto la sicurezza di riuscire ad arrivare fino in fondo. Anche se, a pensarci bene, dubito di avere mai avuto questa sicurezza in vita mia. Ho sempre scritto solo perché dovevo farlo.
Perché è così imperativo per me scrivere? La ragione è semplice. Perché per pensare a qualunque cosa ho bisogno di metterla prima di tutto per iscritto.”
THANKS TO Murakami Haruki – La ragazza dello Sputnik

Sounds

Electro/Funk - Pop, Indie Rock, Classical and Neoclassical, Rock

pellicole

alcuni dei film che ho amato: “Ladri di biciclette” di De Sica, “Fino al’ultimo respiro” di Godard e naturalmente “Vivre sa vie”, “Thelma e Louise” di Scott, “Quarto Potere” di Welles, tutto Lynch, “Reservoir Dogs” di Tarantino, “Babel” e “Amores Perros” di Inarritu, “The others” di Amenabar, “Una giornata particolare” e “C’eravamo tanto amati” di Scola, “Into the Wild” di Penn, “Magnolia” e “Ubriaco d’amore” di Anderson, “C’era una volta in America” di Leone, tutti i film di Kim Ki Duk, “Dolls” di Kitano, i film di Antonioni, “Lola corre” di Tykwer, “8 e Mezzo” di Fellini, “Roma città aperta” di Rossellini, “Caro diario” e “Aprile” di Moretti, “Little Miss Sunshine” di Dayton e Faris , “Il favoloso mondo di Amelie” di Jeunet, “Lanterne rosse” di Yimou, “Una vita difficile” di Risi, “Hong Kong Express” di Wong Kar Wai, “I 400 colpi” di Truffaut, “Sweeney Todd” di Burton, “Nashville” e “America oggi” di Altman, “La ragazza sul ponte” di Leconte, “Le conseguenze dell’amore” di Sorrentino, “Pane e Tulipani” e “Brucio nel vento” di Soldini, “Un borghese piccolo piccolo” di Monicelli, i film di Kubrick, “Mio fratello è figlio unico” di Luchetti, “Prima della rivoluzione” di Bertolucci, “Seven” e “Fight Club” di Fincher, “Psyco” e “La finestra sul cortile” di Hitchcock, “Il silenzio degli innocenti” di Demme, “I cento passi” di Giordana, “Santa Maradona” di Ponti, “I soliti sospetti” di Singer, “Nosferatu” di Murnau, “Buongiorno, notte” di Bellocchio, “Mystic River” di Eastwood, “Accattone” di Pasolini, “Tutta la vita davanti” di Virzì, “Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Petri, “Romanzo criminale” di Placido, “Decalogo” di Kieslowski, “Tutto su mia madre” di Almodovar, “Le vite degli altri” di Henckel von Donnersamark, e tantissimi altri che adesso non mi vengono in mente…

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